Panevìn soto le stele

La più antica tradizione trevigiana è senza dubbio il Falò dell’Epifania o Panevìn, tradizionalmente celebrato alla fine del periodo natalizio e prima di quello carnascialesco.

In questa magica notte se si ha l’occasione di passare per le strade della Marca, si può assistere ad uno spettacolo che si ripete da millenni secondo un rituale immutabile. La campagna inizia a punteggiarsi di una miriade di fuochi che partono dalla pianura fino alle alture del nostro territorio.
Questa tradizione era diffusa su tutte le Venezie, ma oggi, a causa dell’industrializzazione e dell’aumento del territorio occupato dai nuclei urbani, viene mantenuta nell’area trevigiana con tutte le credenze legate al rito.

Secondo una leggenda cristiana i fuochi sarebbero quelli accesi per asciugare i panni al Bambin Gesù e per rischiarare la via ai Magi smarritisi in Veneto; più plausibile, invece, l’origine di questo rito nei culti primordiali del sole e del fuoco.
Anticamente il Panevìn si elevava principalmente nel centro del podere perché il fuoco lo illuminasse tutto fino ai luoghi reconditi e, nei roghi di quartiere, si utilizzava una crosèra perché nei crocicchi, secondo la superstizione, si riunivano le forze soprannaturali e coloro che le sapevano utilizzare.

La cerimonia del Panevìn, dopo aver innalzato la meda, prevede tre giri (il tre è sempre stato considerato un numero magico) attorno da parte delle persone che devono accenderlo mediante una scheggia di legno, il Ceppo di Natale, conservata dalla Sacra notte della vigilia nel focolare di casa.
Prima dell’accensione si procedeva alla benedizione mediante acqua santa, operazione che veniva svolta dal più anziano presente come depositario di saggezza o dal più piccolo per la sua innocenza; in mancanza dell’acqua benedetta le famiglie più devote rinunciavano al falò per preservarsi dalla sfortuna per l’anno successivo.
In alto, sulla catasta della legna, viene issata la vecia, un fantoccio di paglia e stracci che brucia ad espiazione di tutti i malanni, i disagi e la sfortuna che la comunità tutta ha avuto durante tutto l’inverno.
La vecia è considerata simbolo della Serenissima che divorava ed impoveriva le ricchezze delle campagne, ma anche un remoto ricordo dei roghi delle streghe e dei sacrifici umani.

Prima che le fiamme si esauriscono è consuetudine consumare in compagnia la pinsa e un bicchiere di vin brulè. La pinsa, un dolce povero preparato con farina di grano, cotto in forno o alla brace con l’aggiunta di pinoli, uva passa, fichi secchi, semi di finocchio, canditi o cedrini, veniva preparato in anticipo e riscaldato sotto la cenere del Falò.
Questa abitudine ha fatto venire in mente a qualche persona attenta la vicenda dell’ultima cena che presenta analogie molto spiccate.

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