1. lacio = abile, scaltro (gergo).
  2. ladrarìa = furto, ruberia.
  3. lambicarse = lambiccarsi.
  4. lampișàr = lampeggiare.
  5. lampór = tavola per lavare al lavatoio.
  6. lardèļa = pezzetto di lardo.
  7. larìn = pietra del focolare.
  8. lataràl = comodino.
  9. late = latte.
  10. latèr = lattaio.
  11. lavandìn = lavandino.
  12. làvaro = labbro.
  13. lavoràr = lavorare.
  14. lèbo = abbeveratotio, mangiatoia del porcile.
  15. lenguèļa = qualità di pesce piccolo.
  16. lenza = pioggia dirotta e continua.
  17. létara = lettera.
  18. lèto = letto.
  19. levàr = lievitare.
  20. librèr = libraio.
  21. lièvaro = lepre.
  22. ligambo = elastico per calze e calzini.
  1. ligàr = legare.
  2. limèga = lumaca.
  3. lindo = liso.
  4. lissia = bucato.
  5. lissièra = stanza per il bucato.
  6. lòdoļe = allodole.
  7. lòfio = inabile.
  8. lombardi = quattrini.
  9. longo = lungo; lento.
  10. lorensini (pèrseghi – ) = pesche di San Lorenzo.
  11. lòșa = loggia.
  12. ludro = tirchio, avaro.
  13. lugànega = salsiccia.
  14. lùja = scrofa.
  15. luminàl = lucernario, abbaino.
  16. lunario = calendario.
  17. luni = lunedi.
  18. lușariola = lucciola.
  19. lusso = luccio.
  20. lustràr = lucidare.
  21. lustro = lucido.

È impossibile rendere con i segni dell’alfabeto italiano uno dei suoni più caratteristici e frequenti del dialetto trevigiano, il suono della l intervocalica di gondola, palo, bulo e simili. È un suono affine a quello di una e chiusa e breve che indichiamo convenzionalmente, con una l con un puntino sottoscritto: ļ (góndoļa, paļo, buļo).

Se una delle due vocali che precedono o seguono la l è una e, questo suono quasi si fonde con questa e sembra sparire. Ma capèlo non è capèo e tòle non è tòe.
Abbiamo quindi preferito indicarlo – capèlo e tòle -, lasciando al lettore il compito di farlo sentire nella giusta misura.

Il segno s indica la s sorda, o aspra, di soldá; il segno ș indica invece la s sonora, o dolce, di casa. Questo stesso suono, in omaggio ad una tradizione di scrittura, è indicato pure dal segno z, come in zóvene e zenòcio. Per lo stesso motivo si è conservata la x di xe.

I due accenti – l’acuto e il grave – indicano non soltanto, rispettivamente, il suono chiuso e il suono aperto della e e della o, ma anche l’accento tonico della parola, come negli esempi in questa stessa pagina. Dove questa coincidenza non era possibile, abbiamo preferito non metterli.