Villa Pola

I Pola, che “fin dalla metà del XVII secolo avevano possessi e villa propria in Barcon”, s’erano qui trasferiti da Treviso, allo scopo di controllare meglio la coltivazione della loro grande proprietà.

Nel 1718 fu deciso l’abbattimento della vecchia residenza e la costruzione di un’altra villa, il cui progetto, venne affidato all’architetto veneziano Giorgio Massari. Il nuovo, splendido ed imponente edificio sorse al centro del quadrilatero ancor oggi recintato da mura; ai fianchi si eressero due barchesse, distaccate e disposte in modo da formare con la villa uno spazio non più adibito ad aia (zona destinata ad attività agricole), ma con funzione di brolo.

L’edificio massariano doveva essere “magnifico e grandioso”, relativamente alla struttura, “di forma quadrata, larga ogni faccia esteriore piedi 120… avente quattro piani per le stanze, e due sale a croce greca”. Insomma, quello che, secondo Lorenzo Crico, era il capolavoro di Giorgio Massari, appariva diviso in quattro appartamenti, ad ognuno dei quali si accedeva con scale separate; a loro volta, le stanze dei quattro settori comunicavano tra loro con piccole scale a chiocciola e una “girandola” sulla sommità del grandioso fabbricato indicava la direzione dei venti. A completare la magnificenza di questa villa-tempio pensò il pittore Giambattista Canal, autore degli affreschi sul soffitto dello scalone centrale, eseguiti nel 1789.

I lavori di costruzione, iniziati nel 1718, nel 1721 non risultavano ancora compiuti, come traspare da alcune lettere che il Massari, assiduo direttore dei lavori, inviava da Barcon ad alcuni suoi committenti. Villa Pola seguì il destino dei proprietari, i quali, raggiunto l’apice della fortuna economica concretizzatasi nell’istituzione d’un mercato nella piazza del villaggio, videro rapidamente sgretolarsi la solida posizione acquisita, intaccata da alcune penose vicende giudiziarie che avevano coinvolto alcuni membri della famiglia. Il palazzo, divenuto col passare degli anni un onere insostenibile per i Pola, fu demolito tra il 1858 e il 1861. Rimase intatta la sola barchessa di ponente, carica nelle sue strutture d’un forte richiamo al Cinquecento palladiano: essa s’offre oggi agli occhi dell’osservatore “quasi grande tempio di campagna, deposito gigantesco di carri ed attrezzi rurali”, a testimonianza della grande arte di Giorgio Massari.

Se V. E. raccoglierà alquanto a sè l’occhio, il quale avidamente spazia da lungi, vedrà il palagio Pola lungi due miglia che siede alteramente nelle praterie di Barcon, palagio, ch’è forse il capo lavoro dell’architetto Giorgio Massari, e d’un quadrato regolare sorprendente, cioè di piedi 120 di larghezza (40 metri ca, ndr) per ogni facciata e sotto un solo coperto. Tutto vi spira grandezza per entro, e la sala superiore, ch’è una croce greca coperta in ciascun ramo da una gran volta, e da bella cupola in mezzo, vuol dirsi piuttosto tempio bellissimo di quello che una sala.

Tratto da “Viaggetto pittorico da Venezia a Possagno”, Lorenzo Crico, 1822

Questo valent’uomo (Giorgio Massari, ndr) fece molte opere in questa provincia, e distinguesi sovra ogni altra quella del magnifico palagio eretto pei conti Pola in Barcon, compiuto l’anno 1720. Quivi l’architetto accoppiar seppe alla grandiosità del vasto edificio novità d’invenzione: palagio d’un solo coperto, di forma quadrata; larga ogni facciata esteriore piedi 120 (poco meno di 42 metri, ndr), e ciascuna con bel ordine architettonico sovra basamento: avente quattro piani per le stanze, e due sale a croce greca; ciascuna saliente altezza delle stanze di due piani; ond’è che la sala superiore nel mezzo, alzandosi oltre i due piani, sotto il comignolo del coperto, con una cupola interna sublime, la quale nasce spontanea sovra l’incrocicchiamento, come dire, di due sale amplissime, avviene che rassembra non più una sala a crociera, ma sibbene magnifico tempio. Per cotesta sala a crociera, tanto nel pian terreno che nel superiore, ne vengono quattro separati quartieri, aventi oltre la scala principale piccole scale interne a chiocciola, onde aver libera e separata comunicazione per ciascun quartiere.

Tratto da “Lettere sulle belle arti trivigiane”, Lorenzo Crico, 1833

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