Il secondo dopoguerra

La situazione nel secondo dopoguerra

La seconda guerra mondiale terminò lasciando una scia di morte, devastazione ed impoverimento: alcune famiglie subirono le conseguenze degli attacchi aerei alleati, altre i furti delle truppe tedesche in fuga e molte dovettero piangere i propri figli caduti al fronte.

La maggior parte della popolazione era dedita all’agricoltura, i consumi erano particolarmente ridotti e la polenta restava l’alimento fondamentale. Le case, per lo più malsane e pericolanti, mancavano spesso di energia elettrica, acqua e servizi igienici ed erano direttamente collegate alle stalle, unico luogo caldo durante l’inverno e per questo utilizzate per il tradizionale filò.

La pressione demografica rimaneva sempre alta, l’agricoltura arretrata non garantiva un reddito sufficiente per sfamare tutti e l’introduzione delle prime macchine per la lavorazione dei terreni portò alla minor richiesta di manodopera.

Le iniziative governative

In questo quadro ancora desolante vi furono delle iniziative volte a migliorare la situazione delle famiglie ed alla creazione di posti di lavoro, anche al di fuori dell’ambiente contadino.

Nel Veneto agricolo del secondo dopoguerra le famiglie erano ancora legate alle campagne dai contratti di mezzadria ma dal 1956 furono distribuiti dei contributi statali per la formazione della piccola proprietà contadina. 
Cominciarono diversi lavori pubblici per la ricostruzione di edifici, strade, ponti e ferrovie distrutti dalle bombe. Nella vicina Castelfranco già esistevano delle industrie dove erano impiegati operai provenienti da tutta la zona ma una serie di sovvenzioni e agevolazioni furono deliberate dal Comune per agevolare la creazione di nuove fabbriche ed ampliare la richiesta di manodopera.

Ma la ripresa economica languiva ed in quegli anni del secondo dopoguerra la popolazione dovette pensare a come risollevare la propria sorte e molti decisero di lasciare Barcon per cercare fortuna altrove.

L’emigrazione nel secondo dopoguerra

Fino agli anni ‘50 intere famiglie lasciarono l’attività di mezzadri presso i proprietari terrieri di Barcon, per andare in altre regioni italiane a gestire delle tenute agricole attraverso forme di contratto più convenienti.
Inoltre si stavano delineando nuove opportunità lavorative e molti decisero di trasferirsi in Lombardia o in Piemonte per essere assunti come operai nelle nascenti industrie, attirati dalla prospettiva di uno stipendio fisso, non più legato ai difficili guadagni dell’agricoltura.

A cavallo degli anni ‘60 furono per lo più i singoli a decidere di emigrare per cercare fortuna: ormai le famiglie barconesi rimaste sembravano aver trovato una propria stabilità ma evidentemente i figli avevano necessità diverse. Si aprì un periodo in cui numerosi giovani decisero di imbarcarsi alla volta di Australia, Canada o Argentina, attirati dalle opportunità di guadagno che questi paesi offrivano loro.

Per capire l’entità del fenomeno basta guardare ai dati dei censimenti di quegli anni: nel 1951 Barcon contava 860 abitanti che scesero a 731 nel 1961, ciò significa che in 10 anni il 15% dei barconesi decise di trovare fortuna lontano dal paese. Ci vollero 25 anni ed arrivare a metà degli anni ’80 perché il numero degli abitanti tornasse ai livelli dei primi anni ’50.

Chi emigrava per lavorare in altri continenti lo faceva sapendo di dover restare lontano da casa almeno qualche anno, mentre chi sceglieva di lavorare nei paesi europei, soprattutto Francia, Germania e Svizzera, rimaneva per un periodo più limitato: si trattava di lavori stagionali che garantivano una certa una continuità e che permettevano ai lavoratori di ritornare dalle loro famiglie durante i periodi di pausa lavorativa. Per molti di questi giovani il guadagno da questi impieghi rappresenta un aiuto economico da dividere con la famiglia rimasta a Barcon.

Secondo dopoguerra, 1956: Paolo Mazzoccato nella piantagione di canna da zucchero, Queensland (Australia)

1956: Paolo Mazzoccato nella piantagione di canna da zucchero, Queensland (Australia).
Archivio fotografico Paolo Mazzoccato e Alda Trinca

Dopo qualche anno di lavoro all’estero molti ritornarono in paese ed investirono quanto guadagnato nella costruzione di una nuova casa e, approfittando del boom economico che stava attraversando l’Italia, riuscirono ad inserirsi nel nuovo tessuto lavorativo che si stava formando in quegli anni.
Altri all’estero si erano potuti creare una attività imprenditoriale e decisero di rimanere nei paesi che li avevano accolti da emigranti, continuando con il proprio lavoro e creandosi una famiglia, talvolta facendosi raggiungere dalla fidanzata che avevano lasciato in Italia.

Nel nostro territorio il fenomeno dell’emigrazione venne visto in maniera positiva perché vissuto come un’ancora di salvezza, non solo per coloro che trovarono occupazione lontano da casa: infatti chi rimase a casa potè constatare che i nostri paesi si stavano liberando della manodopera eccedente e contemporaneamente il poco cibo a disposizione doveva essere condiviso con meno bocche da sfamare. 
Non ci si rendeva conto che venendo meno il personale da impiegare nei lavori, si ritardava lo sviluppo produttivo del Veneto, senza valutare il danno economico fatto alle comunità che educavano delle persone fino a vent’anni e poi le cedevano con leggerezza a un Paese straniero.

Non tutti coloro che rientrarono furono accolti positivamente, venivano guardati con diffidenza da chi era rimasto e avevano l’impressione di essere estranei o addirittura indesiderati. Qualcun’altro, partito per “far fortuna” all’estero, quando tornò in Italia dovette spesso constatare che la fortuna l’ha fatta chi rimase a casa, e proverà la spiacevole sensazione di aver passato inutilmente anni di sacrifici.

Il secondo dopoguerra e la via ecclesiastica

Anche la chiesa si adoperò per dare soluzioni alle difficoltà dei suoi fedeli, sia in ambito religioso che laicale.
In quegli anni oltre al boom economico vi fu anche il boom delle vocazioni: la prospettiva di una vita monastica fu accolta da molti giovani della comunità del secondo dopoguerra, molto più devota e partecipe di quella odierna.

Il parroco di Barcon, don Massimino Pellizzari, per cercare di risolvere i problemi di sussistenza delle proli numerose, ai ragazzi ed alle ragazze delle famiglie di fedeli proponeva l’ingresso in un ordine religioso e molti furono coloro che accettarono: questa soluzione permetteva alla giovane o al giovane di mantenersi seguendo la propria vocazione religiosa, senza gravare sulle povere finanze familiari.

In una cerimonia svoltasi in paese qualche anno fa dove erano presenti i religiosi originari di Barcon, parteciparono una decina di religiosi e oltre 40 religiose: significa che in un paese che all’epoca contava circa 800 abitanti, oltre il 6% della popolazione prese gli abiti religiosi ma chissà la percentuale tra i soli giovani.

Il secondo dopoguerra ed il servizio domestico

Per le ragazze che non manifestavano una vocazione religiosa, don Massiminio proponeva un’altra soluzione: entrare a servizio per una famiglia benestante di città. Questa dovette essere una pratica diffusa un po’ in tutta la regione se, in una certa filmografia italiana degli anni ‘60 e ‘70, la domestica veniva rappresentata con accento tipicamente veneto.

L’operazione veniva agevolata dalla rete di conoscenze che nel secondo dopoguerra il prelato aveva tra i religiosi delle grandi città italiane: il parroco chiedeva lor se fossero a conoscenza di famiglie a cui serviva un aiuto in casa, quindi provvedeva a mandar loro una giovane ragazza di Barcon.

Dal ricordo che ne hanno oggi le giovani di allora emergono esperienze non sempre positive. Possiamo immaginare l’angoscia di una ragazza appena adolescente, mai uscita da un piccolo paese di campagna, catapultata in una grande città.

Fonti:

Partire da Vedelago. Storie di emigrazione. 
di Gaetano Lanaro 1997, a cura della Pro Loco di Vedelago (TV)

Altre testimonianze le abbiamo recuperate tra le anziane e gli anziani di Barcon.

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