1. ociada = occhiata.
  2. òcio = occhio.
  3. òjo = olio.
  4. ombra = bicciere di vino.
  5. ombrèļa = ombrello.
  6. ombreļèr = ombrellaio.
  7. òmo = uomo.
  8. onfegà = sporco di untume.
  9. onta (dar ‘na – e ‘na ponta) = blandire e pungere.
  10. onto = unto.
  11. onza = oncia.
  12. ónzar = ungere.
  1. oparàr = operare.
  2. oràda = orata.
  3. orbariòļe = traveccole.
  4. orbo = cieco.
  5. orèdeșe = orefice.
  6. orèr = alloro.
  7. oșeļeti = uccelletti.
  8. osmarìn = rosmarino.
  9. ospeàl = ospedale.
  10. ossocoļo = coppa.
  11. óstrega = ostrica.
  12. òtimo = maggiorenne.
  13. otón = ottone.

È impossibile rendere con i segni dell’alfabeto italiano uno dei suoni più caratteristici e frequenti del dialetto trevigiano, il suono della l intervocalica di gondola, palo, bulo e simili. È un suono affine a quello di una e chiusa e breve che indichiamo convenzionalmente, con una l con un puntino sottoscritto: ļ (góndoļa, paļo, buļo).

Se una delle due vocali che precedono o seguono la l è una e, questo suono quasi si fonde con questa e sembra sparire. Ma capèlo non è capèo e tòle non è tòe.
Abbiamo quindi preferito indicarlo – capèlo e tòle -, lasciando al lettore il compito di farlo sentire nella giusta misura.

Il segno s indica la s sorda, o aspra, di soldá; il segno ș indica invece la s sonora, o dolce, di casa. Questo stesso suono, in omaggio ad una tradizione di scrittura, è indicato pure dal segno z, come in zóvene e zenòcio. Per lo stesso motivo si è conservata la x di xe.

I due accenti – l’acuto e il grave – indicano non soltanto, rispettivamente, il suono chiuso e il suono aperto della e e della o, ma anche l’accento tonico della parola, come negli esempi in questa stessa pagina. Dove questa coincidenza non era possibile, abbiamo preferito non metterli.