Componimento per la dedicazione del busto eretto al Canova

Antonio Canova, scultore e pittore attivo a cavallo tra 1700 e 1800, ritenuto il massimo esponente del Neoclassicismo in scultura e soprannominato per questo «il nuovo Fidia», era nato a Possagno (TV) nel 1757 e morì a Venezia il 13 ottobre 1822.

A distanza di qualche mese dalla sua morte nell’Ateneo di Treviso fu eretto un busto in memoria dell’illustre conterraneo.
In quell’occasione ci fu una cerimonia molto partecipata in cui tra discorsi ufficiali e musiche solenni, “furono letti sette componimenti poetici dei signori:
Prof. Giuseppe Barbieri
Mons. Bartolomeo Villabruna can. de. di Feltre
Co: Paolo Pola cav. della Corona di Ferro
Dottor Anselmo Zava
Consiglier Antonio Bottar
Dottor Bernardo Princivalli
Michelangelo Codemo.”

Di seguito proponiamo l’ode di Paolo Pola, della famiglia proprietaria di Villa Pola a Barcon:

 

IL GIORNO 15 OTTOBRE 1822.

ODE

DEL CONTE PAOLO POLA

CAVALIERE DELLA CORONA DI FERRO.

Prendi la cetra d’ebano,
Musa dal bruno ammanto,
Tempri l’acerbe lacrime
D’Europa un flebil canto.
Che l’aspro duol rammemori
A le più tarde età.

Cosperse il crin di cenere
Vedi l’Arti sorelle
Guardar dogliose il vedovo
Seggio di Fidia-Apelle,
Ed esclamar baciandolo:
Chi mai qui sederà!

Roma per fasto antiquo
A non turbarsi avvezza,
Che de la sorte instabile
Il rotear disprezza,
Impallidisce, e palpita
Al dir ch’ei più non è.

Cupo silenzio accerchia
L’ officina deserta
Da mortal notte squallida
D ’improvviso coverta,
Per sino i marmi attestano
Spento de l’arti il Re.

Varcato appena il torbido
Tragitto de la vita
Vedrai, beato Spirito,
Quella fonte infinita,
Che ti prestò le immagini
De l’ideato bel.

Al tuo partir mugghiarono
Le viscere dei monti,
Poiché più non vivifica
Le loro alpestri fronti
La destra tua, de l’anima
Interprete fedel.

Chi sa quant’opre esimie
Dal tuo pensier concette
Nel cieco oblio de’ secoli
Dovran restar neglette,
Chiedendo invano ai posteri
Un genio animator.

Solo affrontar intrepida
Vedrem del tempo i guasti,
A la divina Triade
La mole, che dicasti;
Di tua pietà l’immagine
Fitta a un fratello è in cor.

Dirà il tuo colle ombrifero
Ricco del magno tempio,
Che a noi tramanda l’attico
Ed il romano esempio,
Qui egli ebbe culla, e tumulo
A piè di questo altar.

Verran le caste vergini,
Verran gli orfani figli,
Sul loro padre a spargere
Misti ai giacinti i gigli,
Verran le madri a piangere
L’amico tutelar.

La tremula canizie,
Orando a l’urna accanto,
Ai peregrini incogniti
Additerà col pianto
Dov’è la man benefica,
Che la soccorse un di.

Da quelle labbra ingenue
Si tesserà la storia
Di tua vita purissima,
E la dolce memoria
Di tue virtù pacifiche
Si onorerà così.

Amor santo di patria,
Che vivo ognor risplendi,
Se de la grama Italia
La fioca voce intendi,
Sì cara spoglia esanime
Deh, vieni a custodir.

Tu dei mostrarla ai popoli
De i liti più remoti,
Del generoso Wasington
A gli emuli nepoti,
Che qui verran per mescere
I loro ai tuoi sospir.

Tu dei vegliar su i turbini
Sui nembi e le tempeste,
Sul distruttor vandalico
Genio di genti infeste,
Onde quel sonno placido
Non si turbi mai più.

Su quella tomba posati
Santo di patria Amore,
Se tu fosti delizia
Unica di quel core,
Conforta almen co l’alito
L’amico tuo, che fu.

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